Nazionale e italianità

mio articolo da COMUNITA’ ITALIANA di maggio

La stagione calcistica classica volge al termine, o meglio va verso un’imminente e scoppiettante rinascita in Sud Africa con la Nazionale, e le idee di Lippi iniziano a palesarsi in modo quasi definitivo.

Forzatamente ignorati i giocatori di Roma e Inter impegnati nella finale di Coppa Italia, il c.t. ha diramato la lista di convocati per uno stage di un paio di giorni alla Borghesiana.
Oltre all’esclusione di Miccoli e, per quel che serve ancora parlarne, di Cassano, fa certamente specie quella del neo italiano Amauri. Indipendentemente dalle considerazioni e reali intenzioni di Lippi, che deve comunque sempre tenere una porta aperta per tutti, il gran parlare che si è fatto negli ultimi due anni della naturalizzazione della punta brasiliana bastava a creare una grande attesa nel momento in cui fosse divenuto convocabile e non fosse infortunato. Fatto sta che Amauri nella lista dei convocati non compare. Colpa della scarsa forma, ha lasciato intendere lo stesso Lippi.

Ora, che sia stato opportuno o meno non chiamare comunque un elemento su cui si potrebbe far conto a breve ma che non ha mai frequentato il gruppo, anche se non è al meglio (saprà il c.t. che fare), la mancata convocazione di Amauri offre comunque l’occasione di fare alcune considerazioni sul ruolo degli stranieri. In Italia come altrove.

Con buona pace di Amauri, ma anche dell’oriundo Camoranesi da Tandil, come dell’ultimo della lista, il giovane Ezequiel Schelotto del Cesena che gioca con l’Under 21 di Casiraghi, passando chiaramente per i 46 altri naturalizzati che hanno vestito anche la maglia azzurra negli ultimi cento anni (fra cui Altafini, Sivori e Schiaffino per non far torto a nessuno in Sud America), ecco che questo fenomeno delle naturalizzazioni non è che un riflesso della mobilità calcistica che nell’ambito dei Club è letteralmente esplosa in seguito alla sentenza Bosman. Non legalmente ma di certo mentalmente, infatti, anche nell’ambito delle Nazionali molto è cambiato.

Che gli sportivi debbano godere o meno degli stessi diritti di qualsiasi altro lavoratore, resta il fatto che il calcio ha un fortissimo valore rappresentativo. E’ nato rispecchiando particolari ambienti e territori, ha offerto motivo di fondamentale identificazione a miliardi di persone di generazioni diverse e attraverso le ovvie differenziazioni è stato garanzia di libera espressione, aggregando così come allontanando. Sempre nell’ottica di un positivo desiderio di eccellenza, almeno finché la sportività ha resistito ai veleni del tifo becero.

Ecco allora che desiderare Club italiani rappresentati da giocatori italiani o squadre brasiliane da brasiliani non dev’essere visto come un rifiuto dell’alieno quanto semmai come un’espressione di amore per i propri e autentici colori, per le proprie radici, cui fa automaticamente da contraltare l’amore altrui per altri colori e altre radici. Il risultato non può essere che l’incontro di amore. Senza cadute retoriche e falso buoniste di chi vuole aprirsi a tutti i costi a tutti ma nemmeno chiusure eccessive e fraintendibili, sia chiaro.

Come non amare i tanti e fortissimi oriundi che hanno vestito la maglia dell’Italia a volte dopo quella del Paese in cui erano nati, cui lo jus soli li legava e dove si erano formati umanamente e calcisticamente? Come non acclamare Camoranesi campione del mondo in Germania e perché non dover dare il benvenuto ad Amauri che potrebbe esserlo, tempo due mesi, in Sud Africa? Niente da dire su di loro. E anzi grazie per il desiderio che hanno di essere sempre più legati ai colori azzurri e con questi alla terra in cui hanno deciso di vivere. Ci sono però tanti ragazzi italiani che desiderano le stesse cose ma percorrono una strada in salita per un sistema che privilegia i piatti già serviti, prova ne sia la caldeggiata convocazione di Maxi Lopez prima che indossi la maglia della sua Argentina (A) o la convocazione di Thiago Motta per puntellare un centrocampo cui molti giocatori italiani di grande bravura possono già badare egregiamente.

Innanzitutto le Federazioni devono rispondere della propria pianificazione e anche se ritengono di non avere talenti a sufficienza con quelli che hanno tirato su dovrebbero andare avanti lo stesso. Poi, se un calciatore non arriva alla maglia della Nazionale perché è sempre vissuto lontano dal proprio Paese o perché il c.t. della rappresentativa di quello stesso Paese non lo considera, ecco, si tratta pur sempre di sport: non è un fallimento e resta l’orgoglio di esserci comunque, pur senza Nazionale, senza il bisogno di rincorrerne una a tutti i costi.

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