La Coppa dei Piazzati

mio articolo da CALCIOSTRUZZO del 2 maggio 2010

Non ci voleva un particolare regista cinematografico per ricordarci che le parole sono importanti e citarlo mi fa anche un po’ arrabbiare con me stesso, tanto mi sembra banale. Fatto sta che sì, è vero, le parole sono importanti eccome! E se usate a sproposito possono far sorridere ma anche irritare, a seconda del carattere, chi non essendone responsabile è comunque costretto ad ascoltarle e usarle per farsi intendere.

Io personalmente mi limito a sorridere sentendo parlare ancora di Champions League, ma lo faccio comunque amaramente, benché contento di non far parte di coloro che disegnano gli scenari in cui si dipanano le vicende della nostra vita, vissuta in prima persona o di riflesso e nel caso dei tifosi e degli appassionati di calcio (due categorie ben distinte) certamente di riflesso.

Venendo al dunque, continuare a definire Coppa dei Campioni la maggiore competizione continentale oltre a essere anacronistico è a dir poco ridicolo e soprattutto irrispettoso.

Tagliamo immediatamente la testa al toro e fughiamo ogni dubbio e perplessità a riguardo riportando le statistiche, cioè a dire la storia: i fatti. Dopo che nel 1994-95 si era concluso il contratto che legava la UEFA all’Eurovisione, per assecondare le televisioni private che erano in grado di ridistribuire soldoni veri a chi vi si fosse legato nella stagione ‘97-‘98 vennero ammesse alla competizione anche le seconde qualificate degli otto principali campionati nazionali d’Europa. Si diede così vita a un nuovo torneo che mascherandosi dietro la spettacolarità assicurava in realtà maggiori incassi in ragione del numero più cospicuo di partite giocate. Con un alternarsi di formule e di iscritti, la progressiva e inevitabile inclusione di rappresentanti di nuove Nazioni nell’Europa che cambiava e, cosa ben diversa, l’ammissione di sempre più squadre piazzate dal primo al quarto posto (nel caso dei Paesi col coefficiente di punti conquistati più alto) nel torneo nazionale della stagione precedente, tutto è cambiato. Al punto che da quel lontano maggio 1998, delle 12 finali disputate ben 6 sono state vinte da Club non campioni nazionali. Da quando il calcio senza alcuna reale necessità ma solo rincorrendo fantasmagorici e poi mal gestiti introiti si è prostrato di fronte ai dettami delle televisioni e degli sponsor, la metà delle ultime dodici ex Coppe dei Campioni, la metà di tutte le edizioni di Champions, è andata a squadre che per i precedenti quarant’anni avrebbero disputato al massimo la Coppa Uefa. Competizione, quest’ultima, che prima del rilancio nella stagione in corso attraverso l’incremento dei premi era ovviamente decaduta, prendendovi parte squadre da metà classifica, e che paradossalmente adesso si chiama come sarebbe più logico che si chiamasse la Champions: Europa League.

La ridicola nuova definizione della Coppa dei Campioni di un tempo è andata di pari passo con un infighettimento di tutto il suo sistema, patinato fino a dare il disgusto e celebrato da televisoni satellitari, le vere padrone, i cui programmi per lo più si somigliano quando non sono la fotocopia l’uno dell’altro al pari dei reality o dei Chi vuol esser milionario di tutto il mondo. Programmi animati da giornalisti in gran parte inquadrati e sempre ben vestiti, che non si sbilanciano mai, ossequiosi e in fin dei conti noiosi se non gli viene ordinato di alzare i toni come il telecronista tedesco di Fuga per la vittoria, o addirittura inattendibili visto che di loro ne servono a decine e si pesca così anche fra quelli impreparati per commentare tutte le partite che ci sono. Molti di questi poi sono ex giocatori che, ahimè, non avevano dimostrato di capirci molto nemmeno con la palla fra i piedi.

Ma la cosa peggiore è certamente che detta rivoluzione, che di per sé non è del tutto deprecabile non fosse per il fatto che questa specie di campionato continentale non lo si può e non lo si dovrebbe paragonare alla vera Coppa dei Campioni, ha condizionato l’approccio che le squadre hanno ai tornei nazionali, che da tutto questo escono umiliati.

In Patria anche i Club migliori considerano comunque buona la propria stagione se riescono a entrare fra i primi quattro, o tre, o due, dipende. Poi ci sono quelli meno attrezzati e ricchi che ragionevolmente mirano ad arrivare almeno fra i primi sei o sette per andare in Europa League, ma che poi, l’anno dopo, quando in Europa ci sono arrivati e ci stanno giocando, sono pronti a lasciar perdere la stessa Coppa per salvarsi in campionato, questo perché se retrocedessero l’anno seguente ancora non potrebbero più ambire, un’altra volta, alla remunerativa qualificazione all’Europa League. Ma è mai possibile?

E cosa c’è dietro a tutto questo? Chiaramente i soldi. Ma i soldi usati male. In un periodo in cui a fare la differenza non sono più solo le capacità (e solo sborsando davvero o per finta cifre altissime, spesso simboliche, ci si possono assicurare quelle dei giocatori più forti), i Club sono rimasti intrappolati in una gabbia d’oro o meglio un vortice letale. Sostanzialmente sono obbligati a giocare il triplo delle partite di una volta, spendendo incredibilmente più di un tempo (al punto che le uscite sopravanzano le entrate in maniera incalcolabile) e correndo il rischio, se per caso non rientrano nel gruppo dei primi, di essere davvero tagliati fuori dal circuito e addirittura di fallire (quando giustizia viene fatta).

Altro che un anno senza trofei! E’ il rischio di rimanere fuori dall’élite continentale (economica, s’intende, e solo di conseguenza sportiva) che è divenuto il vero spauracchio delle Società. Come se i tifosi fossero contenti di arrivare sempre in Europa ma senza mai vincere né in Patria né fuori. Fossero almeno soci… Queste sono cose che possono star bene solo a proprietari e dirigenti, nemmeno ai giocatori che in fin dei conti sono dei professionisti qualsiasi, solo meglio pagati, ancor più dopo la sentenza Bosman! Non è un caso che ultimamente siano in netta minoranza i proprietari e i dirigenti che si sono formati nell’ambiente.

Le questioni, dunque, sono due. Una riguarda l’involuzione del calcio nazionale da quando la Champions (ma in verità anche l’ex Coppa UEFA) è stata allargata a troppe squadre; l’altra, non meno importante, la poca credibilità che questa competizione ha nel momento in cui per parteciparvi è anche possibile organizzarsi e comportarsi non da campioni, senza sudare troppo. Ci mancherebbe, accanto a squadre dai potenziali tecnici e finanziari giusto discreti come Fiorentina, Milan, Manchester City fino a ieri, Valencia e Werder Brema per fare dei nomi, in questa stagione campioni nazionali uscenti come Inter, Manchester United e Barcellona ma anche semplici piazzati come Chelsea, Bayern e Real Madrid, questi sì veri colossi in termini sia tecnici che monetari, hanno dimostrato di ambire a tutto e si erano organizzati per ottenere il più possibile in questa stagione. Cosa che fa onore a loro e al calcio. Ma il punto è che se alla fine non vincono il campionato (o la Coppa) non dovrebbero potersi iscrivere alla prossima Champions, e per queste stesse ragioni alcuni di essi non avrebbero dovuto partecipare già a quella che sta per concludersi. A meno che non se ne rettifichi l’albo d’oro, facendo terminare la Coppa dei Campioni nel 1996-97 e stilando una nuova lista di vincitori della nuova competizione a partire da quel famoso e sciagurato ‘97-‘98. Per non confondere i campionissimi di un tempo coi sempre più numerosi campioni stagionali di oggi, per forti o fortissimi che siano, perché questo non c’entra.

Non posso non ricordare il mito del Nottingham Forest che in quattro stagioni consecutive, dal ‘76-‘77 al ‘79-‘80, venne promosso in Prima Divisione inglese, la vinse oltretutto per la prima e unica volta nella sua storia e poi di seguito alzò due Coppe dei Campioni. Quella fu gloria! Così aveva senso.

Insomma, non dimentichiamoci che pur sempre di sport stiamo parlando e allora certe considerazioni lungi dall’essere elucubrazioni o raffinate considerazioni di osservatori annoiati sono invece giustificati, sacrosanti e imprescindibili richiami allo spirito delle cose. A salvaguardia dell’anima di un gioco che per interessi alieni è arrivato a frastornare e diseducare la maggior parte di noi. Soprattutto i più giovani, che non possono avere memoria e a cui è affidato il futuro.

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