Luoghi del cuore

mio articolo da TORO NEWS del 14 febbraio 2012

Ci sono alcuni elementi distintivi di un club che resistono al tempo. Arrivano a far parte integrante della squadra al punto che in certi casi le sopravvivono. Sono i colori, i nomi e i luoghi – a volte però anche i cosiddetti luoghi del cuore, laddove la territorialità assume un ruolo centrale se non addirittura imprescindibile.

I colori sono quelli che, soprattutto oggi che gli sponsor tecnici esercitano un potere dittatoriale, si ritrovano più sugli spalti, addosso ai tifosi, che in campo sulle maglie di chi è chiamato a tener viva una tradizione partita dopo partita. A volte sono quelli che ancora appartengono ai club, altre quelli che essi avevano agli albori e che oggi vengono portati con animo ribelle da alcuni appassionati. Evidenti sono i riferimenti a un passato rimpianto ancorché forse mitizzato nell’esibizione di sciarpe giallonere e gialloverdi da una frangia di sostenitori insoddisfatti delle attuali proprietà rispettivamente di Torino e Manchester United. Ed è in presenza di manifestazioni come queste che appare evidente come lo spirito di chi ama una squadra abbia ben poco a che vedere con la conduzione societaria – che tocca ad altri e può molto nel concreto ma molto poco in tutto il resto.

Anche i nomi hanno importanza, ma a volte finiscono per non contare nemmeno troppo. Molte sentenze hanno cancellato altrettante denominazioni sociali imponendone di nuove, ma è sempre stato chiaro che in fondo si trattava dei medesimi club.

Minacciati più di qualsiasi altro elemento caratteristico di una squadra sono però i luoghi, perché non possono essere indossati come i colori né fatti vivere come un nome, semplicemente menzionandoli. Di fronte alla loro esistenza o meno, infatti, l’iniziativa individuale non sempre può. E’ chiaro che nel corso di almeno un secolo di vita che ormai ha la maggior parte dei club di tutto il mondo si possa aver cambiato campo, talora anche più volte. Come e perché, però, fanno la differenza. E in alcuni casi si deve parlare di una vera e propria violenza subita dal popolo, perché di questo si tratta, che si identifica in un dato club.

In Italia l’esempio più evidente è quello del Filadelfia, il cui passato è noto a tutti ma il cui futuro, vergognosamente dopo tanti anni dalla sua pressoché totale demolizione, ancora oggi si può solo intravvedere. Fa però piacere pensare che, qualsiasi cosa sia successa o stia per succedere, questo luogo continua a vivere attraverso l’affetto di tutti i granata (oltre che le braccia dei volontari che lo accudiscono) ed è destinato a risorgere. Non è quindi perduto.

All’estero invece esistono campi storici che vanno considerati veri e propri capitoli chiusi. Si potranno recuperare immagini e filmati, si potrà passeggiare per le strade che un tempo gli correvano attorno facendo uno sforzo per rivederli con la fantasia davanti ai nostri occhi. Ma niente più che questo. Sacrificati a favore di edifici o spazi pubblici e privati, non c’è speranza: non torneranno a vivere nemmeno ristrutturati.

Di seguito vi propongo, fra tante, le vicende legate ad alcuni stadi storici la cui sopravvivenza è o è stata minacciata, in alcuni casi negata. Nelle mie intenzioni questa presentazione ha una valenza anche simbolica, nel senso che ne menziono qualcuno per far pensare però a tutti.

A Buenos Aires, nel 1982, venne demolito il cosiddetto Gasometro in cui il San Lorenzo aveva giocato per quasi settant’anni anni, per la precisione dal 1916. La chiusura dell’impianto, voluta dalla dittatura di allora che aveva annunciato stravolgimenti urbanistici che poi non furono mai attuati, era già avvenuta nel 1979 e da allora ci sarebbero voluti altri quattordici anni perché il club rossoblù trovasse una nuova e fissa dimora: l’Estadio Pedro Bidegain eretto a Bajo Flores, detto Nuevo Gasometro nel tentativo di lenire una ferita ancora aperta provando a convincere la gente che si intendesse garantire continuità storica col passato. Nessuno però c’ha mai creduto, tanto più che questa trovata non servì nemmeno a lenire un dolore ben più acuto di quanto si possa immaginare: si trattò non solo di rinunciare a un campo da calcio, bensì di abbanonare un luogo altamente simbolico e tradizionale, legato anche ad altre attività sociali fra cui il ballo – con tante manifestazioni musicali che si tenevano regolarmente all’interno di una struttura che sorgeva nel cuore di una zona da sempre legata al tango (si pensi al testo del classico ‘Sur’, scritto e musicato rispettivamente da Homero Manzi e Anibal Troilo). Si dovette soprattutto cambiare quartiere, abbandonando quello che naturalmente appartiene al club e resta incluso nel suo nome che, per esteso, è San Lorenzo de Almagro – per la precisione, il Gasometro sorgeva a Boedo ma ai tempi questo barrio e Almagro erano integrati. Oggi, al posto di spalti da più di 75.000 posti e di un campo unico nel suo genere, enorme, più lungo e largo del Camp Nou del Barcellona, sorge un Carrefour… Del Gasometro non c’è nemmeno più il caratteristico scheletro di legno e alluminio, o anche solo parte di esso come nel caso del Filadelfia; nessun appiglio al passato, per malinconico e struggente che possa essere. Ma i tifosi del Cuervo non mollano e già da tempo hanno intrapreso una dura lotta che termineranno solo quando si potrà fare ritorno a casa. Esistono numerose associazioni impegante nella cosiddetta ‘vuelta a Boedo’ e una commisione governativa incaricata di seguirne la vicende, che sta esaminando la richiesta di esproprio del terreno su cui è stato costruito il supermercato le cui insegne hanno beffardamente gli stessi colori del club. In attesa di una sostanziosa iniezione di denaro da parte del neopresidente, Abdo, grazie alle donazioni di alcuni tifosi facoltosi fra cui l’attore Viggo Mortensen è già stata acquisita parte dell’isolato che si sta cercando di recuperare nella sua interezza. Ci sono anche le raccolte di firme, un po’ ovunque a Buenos Aires, e le marce popolari: a quella di quarantamila persone dello scorso anno ne seguirà, il prossimo marzo, una seconda a cui presumibilmente parteciperanno in centomila – ai quali sta chiaramente a cuore la propria squadra ma che, indirettamente, perorano la causa dello sport tutto.

In Inghilterra invece, tutti hanno ancora negli occhi lo scempio del rifacimento di Wembley con annessa la demolizione delle sue due storiche torri. Adesso, poi, è a rischio non solo di abbandono ma addirittura abbattimento niente meno che Anfield, inaugurato nel lontano 1884 e casa del Liverpool da quando nel 1892 l’Everton, suo originario tenutario, si trasferì a Goodison Park e si procedette allora alla fondazione di un nuovo club, appunto i Reds, che potesse mantenere in vita il calcio su quel campo. Un fatto analogo era accaduto già a Sheffield quando il Wednesday inaugurò Olive Grove e nel suo vecchio stadio, Bramall Lane, di lì a poco s’insediò il neonato United. A Liverpool, però, il rischio di insulto alla storia è doppio perché in pericolo c’è anche lo stadio dell’Everton. Da anni infatti si parla della costruzione di un nuovo stadio a Stanley Park, lo spazio verde che separa i due impianti cittadini; e una delle ipotesi è che lì possano giocare in futuro non soli i Reds ma anche i Toffeemen, andando clamorosamente contro la tradizione britannica che nel corso dei secoli, ormai si può dire, ha visto pochissimi casi di condivisione di un unico stadio. Anfield può essere più famoso nel mondo per via delle tante vittorie del Liverpool, ma Goodison Park mantiene un grande fascino oltre che per la sua oggettiva e britannica bellezza anche per via della chiesa autenticamente incastonata fra gli spalti e la sepoltura data alle ceneri di un migliaio di tifosi sotto il campo. Quel che è certo è che si tratta di due autentici templi del calcio, al di là di ogni retorica, che non meritano di essere rimpiazzati da un semplice monumento alla modernità – soprattutto nel caso in cui venisse scelto il progetto del doppio stadio gemello, un mostro costituito da due impianti siamesi accostati in mezzo al parco. A cosa sarebbe degli attuali stadi, poi, meglio non pensare.

La speranza è che in Inghilterra non si ripetano scempi come quello della demolizione di Highbury a favore di uno dei tanti stadi di nuova concezione. L’Emirates è un impianto che può ragionevolmente piacere solo a due generi di appassionati: chi adora la modernità, perché è accogliente e funzionale come in Italia forse mai ce ne saranno, e a chi non conosce il passato. Il vecchio stadio è quello in cui nel 1934 giocò la Nazionale italiana neocampione del mondo, i cui giocatori si resero protagonisti di un’eroica rimonta da 0-3 a 2-3 contro l’inarrivabile Inghilterra di allora meritandosi a dispetto della sconfitta proprio il soprannome di Leoni di Highbury. Il suo fantasma giace a pochi isolati di distanza dal suo successore, reincarnato in un centro residenziale certamente da favola, realizzato addirittura seguendo le linee dei vecchi spalti e mantenendone intatta un’intera ala, ma la verità è che Highbury semplicemente non esiste più. Come Maine Road, che ha lasciato il posto a un simil Delle Alpi senza pista in cui lo spirito dei Citizens di Manchester non riesce a palesarsi come un tempo. Come The Dell di Southampton, la cui irresistibile asimmetria è stata rimpiazzata dalle linee nette e fredde di un nuovo stadio che onora l’origine del club solo attraverso il nome che porta, St Mary’s, che è quello del quartiere dove iniziò a giocare. Come il Sarrià di Barcellona, che dopo più di dieci anni di esilio dell’Espanyol allo stadio olimpico del Montjuic è stato rimpiazzato dal Cornellà-El Prat, tanto avveniristico soprattutto per l’ampio utilizzo di energie rinnovabili che vi si fa quanto anonimo, della stessa capienza del suo predecessore e soprattutto decentrato rispetto al quartiere ove sorgeva il campo di Italia-Brasile 3-2. O come il vecchio e caratteristico Atocha di San Sebastian, piccolo ma comunque teatro delle imprese del club basco per otto decadi prima che, negli anni Novanta, si trasferisse all’Anoeta che, basta dir questo, ha la pista da atletica. E come finirà, per rimanere alle piccole bomboniere, anche anche il Pittodrie di Aberdeen; più che centenario, sembra uno stadio del Subbuteo e presto sarà sostituito, qualche chilometro più a sud, dall’ennesima arena – che non sarà nemmeno più capiente come nel caso dei nuovi stadi testé menzionati, che con decine di migliaia di posti a sedere in più soddisfano l’enorme richiesta dei tifosi e di conseguenza garantiscono entrate extra ai club.

Desidero chiudere in bellezza, con un messaggio di speranza e positività. A Buenos Aires come a Torino si è forse giunti alla stretta finale. Dopo tante parole, dopo i tradimenti di personaggi di potere che si dicevano fedeli alla causa le cui finte promesse hanno fatto più male dell’indifferenza delle istituzioni, s’intravvede la luce alla fine di un tunnel lungo decenni. C’è anche l’auspicio che, dal punto di vista pratico, i vecchi stadi che si riuscirà a far rivivere e quelli che semplicemente subiranno una ristrutturazione possano essere (ri)progettati e (ri)costruiti bene come in molti altri casi si è già fatto, concedendo al passato il giusto rispetto attraverso interventi edilizi moderni ma anche ragionevoli ed equilibrati. La storia non si ferma e non merita rispetto solo quel che non c’è più: fra cent’anni si parlerà con ammirazione a prescindere anche di quel che si sta facendo oggi, ma questa è solo una ragione in più per farlo bene e possibilmente senza rompere col passato remoto. Perché se questo continua a vivere nel cuore della gente non si vede perché non debba essere rappresentato in tutto e per tutto, anche per mezzo dei cosiddetti luoghi del cuore.

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