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Ma ce la contano giusta?

mio articolo da CALACIOSTRUZZO del 1° maggio 2010

Ultimamente se ne sono dette delle belle.

Ho sentito esaltare la Juventus in dieci contro l’Inter, ho sentito esaltare l’Inter contro il Chelsea e il Barcellona. E’ un anno e mezzo che sento esaltare Mourinho. E a proposito di tecnici è l’ennesima stagione in cui si dà spazio mediatico ai cosiddetti altri allenatori solo fino a settembre o giù di lì.

Andiamo con ordine e prendiamo spunto da un argomento molto discusso negli ultimi mesi: giocare in dieci.

Vorrei che si smettesse di dire che cavarsela quando si gioca con un uomo in meno è motivo di elogi sempre e comunque. Fra poco farò alcuni esempi, ma è evidente che chiudersi in difesa quando si è in dieci permette di schierarsi al limite dell’area in nove (col portiere di dietro) mentre gli attaccanti, che devono per forza lasciare un paio di uomini (più il portiere) a coprire su eventuali contropiedi, possono spingere a ridosso dei sedici metri soltanto in otto. Le considerazioni sullo stress mentale ci stanno, così come però ci stanno anche i dubbi sulla fatica soprattutto quando si rinuncia a giocare a tutto campo, ma almeno le balle sull’inferiorità numerica in difesa ci vengano risparmiate!

Venendo dunque ai casi concreti, se la Juve che a un tratto a San Siro si è ritrovata senza Sissoko è stata eroica e grandissima pur avendo perso per 0-2 dopo aver passato un’ora chiusa nella propria area di rigore a subire la pressione di un avversario provato dagli impegni che se non altro non ha dovuto conquistare tre quarti di campo prima di rovesciare palle nel cuore della difesa avversaria, allora cos’è stata l’Inter in nove contro la Samp? Marziana? No, non esageriamo, semplicemente imbottita di stranieri… e comunque sì, l’Inter quella volta ha dimostrato di avere gli attributi e di saper finalmente interpretare al meglio una partita in cui per una volta, non potendo, Mourinho ha risparmiato ai buoni palati di buttare nella mischia cinque attaccanti. Tant’è vero che l’Inter a momenti quella partita la vinceva (come aveva fatto nel secondo derby dell’anno in condizioni simili) non fosse stato per due spunti di qualità diametralmente opposta di Eto’o e Storari proprio allo scadere. Invece la Juve cos’ha fatto? Niente. E il paio di tiri che ha scagliato verso la porta prima di rimanere in inferiorità numerica non autorizza a definirla grandissima, a meno che non la si voglia paragonare a una provinciale, come forse si meriterebbe. Penso alla Società, intendiamoci, non ai giocatori. Come un Catania qualsiasi dell’anno scorso, quello che aveva fatto imbestialire Mourinho, che ce l’ha con le squadre che si chiudono a riccio contro la sua Inter perché non le consentono di giocare.

Mi chiedo cos’abbia pensato Guardiola dell’Inter mercoledì scorso, allora. Sì, perché fra l’impostazione di certe squadre dai mezzi limitati di fronte a una corazzata come l’Inter ha potuto diventare fra una Calciopoli e l’altra e quella adottata dal portoghese al Camp Nou in realtà non c’è alcuna differenza. Se non nei nomi dei protagonisti. E nelle capacità comunicative. Certo, anche nei conseguimenti, nel senso che l’Inter pur perdendo è passata. Ma se lasciamo da parte l’emotività del momento non sfuggirà come il cosiddetto capolavoro tattico che secondo Mourinho verrà ricordato ancora fra quarant’anni, con la palla volutamente lasciata al Barcellona, si sia risolto in una sconfitta piena di brividi e rischi. Una sfida che sarebbe dipesa da episodi, di episodi alla fine ne ha avuti però troppi: una parata spettacolare di Julio Cesar, un colpo di testa che Bojan, pescato da solo fra il muro difensivo interista e Julio Cesar ha messo fuori non si sa come, il gol di Piqué, un’altra parata del portiere brasiliano e infine un gol annullato a Bojan forse giustamente ma in ragione di un precedente tocco di mano davvero casuale oltre che inevitabile visti gli spazi stretti, che un grande allenatore non può avere la sfrontezza di non considerare un rischio troppo grande nel momento in cui definisce fantastica e perfetta innanzitutto la sua preparazione e poi l’interpretazione dei suoi, quella sì, di quella partita. Episodi, quindi, che fanno sul serio la storia ma che proprio per questo un’organizzazione davvero spettacolare e una forza davvero assoluta dovrebbero sempre relegare a eventualità molto meno incidenti, però. Dettagli, direbbe sempre il portoghese, come quelli che ama tirare in ballo o meno a seconda della convenienza, ma questa è un’altra storia. Alla fine quel che conta è che il turno l’Inter l’ha passato, certo, come contro il Chelsea quando si disse che a Stamford Bridge aveva fatto la partita del secolo quando in realtà per una partita e mezzo fra andata e ritorno quasi non vide palla; se non altro, però, non parliamo di capolavori tattici. E se amiamo il calcio auguriamoci che Mourinho non vada mai ad allenare il Manchester United, che resta probabilmente la squadra che meglio gioca a calcio, anche se è fuori dalla Champions.

Ad ogni modo ognuno è libero di essere come desidera e l’allenatore dell’Inter a modo suo è un punto di riferimento. Uno dei tanti, però, mica l’unico come la stampa ha voluto farlo passare andando ben oltre le più rosee previsioni e i più inconfessabili desideri dello stesso uomo che ama definirsi il Numero Uno. In uno dei Paesi che più hanno dato non solo al calcio ma allo sport tutto, una terra grande poco più di un solo Stato americano ma capace di entrare nella Top Ten di ogni medagliere olimpico o mondiale e di essere a un solo titolo calcistico dal Brasile, abbiamo una classe giornalistica per lo più provinciale a cui confronto, benché antipatica per opposti motivi, quella sciovinista francese risulta essere se non altro più logica. Mourinho vogliono farcelo ascoltare come il Papa all’Angelus e intanto Ventura, Allegri & Company, dopo la meritata visibilità che gli è concessa al principio dell’autunno quando non è ancora ben chiaro come si imposterà la campagna giornalistica della stagione, devono accontentarsi di un po’ di divisibilità giusto se fanno bene contro una grande squadra, quindi di riflesso. E con un’accondiscendenza che sa tanto di contentino finto democratico. Per il resto poco ci è dato sapere della gestione tecnica e tattica delle loro squadre, cosa che a chi ama parlare di calcio piacerebbe sapere. Lo so, non arriveremo mai alla maturità di un Martch of the Day inglese, con servizi di uguale lunghezza per ogni partita, né arriveremo mai agli approfondimenti di pari consistenza su qualsiasi squadra professionistica americana, roba che ci si perde meravilgiosamente fra migliaia di nomi, moduli e storie. Qui Guida al Campionato, cui resta legato chi non ha il satellite, liquida in una quindicina di secondi partite come Chievo-Livorno: vedere per credere. Questo a dispetto del fatto che sempre di calcio si tratti. O no?

E poi, siamo sicuri che gli italiani non siano maturi per il vero giornalismo? Se non addirittura stufi di quello imperante? Sbaglio, per finire, o in Italia non esistono solo Milano, Roma e Torino?