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Stadio di polizia

mio articolo da TORO NEWS del 19 ottobre 2010

E’ il primo pomeriggio del 10 marzo 2002 e sono reduce da un’avventurosa grigliata a casa di amici che abitano a Gerli, un sobborgo stretto fra Lanus e Avellaneda, alle porte di Buenos Aires. Cucinare all’aperto non è stato semplice, col nubifragio che si è abbattuto sulla zona, ma uno sguardo verso nord in direzione della Boca da cui il temporale era già passato aveva fatto se non altro ben sperare per il proseguio della giornata, che per quel che mi riguarda è Boca-River. Sceso dal treno alla stazione di Constitucion, passaggio obbligato per rientrare in città, mi ritrovo immerso nella marea umana che si travasa da un bus all’altro, uno dei tanti che portano verso Parque Lezama e poi giù per Almirante Brown. Nelle pozze d’acqua che riempiono la piazza antistante la stazione si specchiano i colori delle maglie, delle felpe e delle tute dei tifosi, non degli ombrelli perché di quelli non se ne vede uno. Ci si riflette anche il nero delle divise dei poliziotti, che salgono a tre a tre su ogni singolo bus che parte di lì alla volta della Bombonera. E quella che ben presto si forma è una e vera propria carovana di mezzi pubblici che a mo’ di serpentone si snoda per qualche chilometro verso est. Ognuno col suo golfino addosso, le mani fredde tra le gambe a cercare un minimo di calore mentre i piedi, quelli, restano umidi nelle scarpe da ginnastica inzuppate, si guarda fuori dal finestrino e ben presto la processione di bus inizia a farsi largo in mezzo a quella umana che occupa i lati delle strade. All’improvviso ecco delle sirene, un gruppo di volanti che taglia la folla e dietro il pullman del River Plate che ci supera velocemente e si perde nell’orizzonte confuso davanti a noi. Giunti all’angolo con l’estremità sud di Avenida Paseo Colon seguo la maggior parte della gente, che scende dal bus e si mischia alla folla. Costeggio a passo veloce Casa Amarilla considerando che nel giro di pochi minuti potrei già essere dentro lo stadio, ma ecco che sulla mia destra si apre l’enorme piazzale che unisce Almirante Brown al Centro Sportivo del Boca e alla famosa Brandsen e quel che vedo mi getta in una dimensione ignota che non so come interpretare ma nella quale devo per forza immergermi. E subito. Tutta la gente attorno a me sta già formando una fila compatta lunga un centinaio di metri e larga poco meno di dieci. Una volta che mi ci sono inserito ho poco da fare se non badare a soldi e biglietto in tasca e avanzare di pochi centimetri alla volta strisciando i piedi nel fango. Non è una fila continua, però. Ogni cinquanta, cento metri si interrompe e quel che non mi è immediatamente chiaro è che in corrispondenza della testa di ogni suo troncone c’è uno schieramento, di una decina di metri anch’esso, di poliziotti. Dopo un quarto d’ora mi capita di venirci proprio a contatto e prima che ci lascino avanzare fino alla coda del troncone davanti a noi ho tutto il tempo di sentirne la muscolosa presenza: per una decina di minuti ho i loro petti, le loro braccia nude sotto le maniche corte e i loro occhi fissi addosso, e con essi bastoni lunghi più di un metro branditi con forza, le nocche che sembrano sul punto di esplodere per quanto le dita sono serrate in una presa sicura di quei pezzi di legno che formano una transenna ma sono al contempo potenziali armi. Ci sono anche i manganelli, alla cintura di ogni poliziotto, ma qui se si fa qualcosa si viene innanzitutto bastonati ed è forse per questo che nessuno dei tifosi che ho attorno e che si alitano in faccia l’un l’altro proferisce parola. Le file come questa che devo fare prima di arrivare al mio ingresso di tribuna sul lato opposto dello stadio sono otto, tante quanti i posti di controllo che incontrerò, senza considerare le barriere mobili necessarie a separare le due tifoserie. Man mano che avanzo vengo incanalato come tutti verso delle transenne, adesso sì che ci sono, che posso passare solo tenendo il biglietto in mano e bene in vista, le braccia alte. Questi punti di controllo tempestano anche l’altro lato dell’isolato, quello verso Caminito, il Riachuelo e il vecchio porto: non esiste una sola via nelle adiacenze della Bombonera che sia percorribile senza biglietto. “Se esistessero solo tifosi civili,” penso, “tutte queste seccature non ci sarebbero.” Ma alla fine sono contento perché le perquisizioni vengono fatte per bene e se non altro non si è perso tempo per niente.

Solo con l’esperienza, nel corso degli anni, avrei avuto conferma di un sistema di controllo tipico di quel Paese e per questo forse forte per i nostri gusti. Mi chiedo però se non siano preferibili, non potendone proprio fare a meno, queste scene corrispondenti a reali ed efficaci interventi preventivi rispetto a quelle di saccheggio degli stadi che avvengono settimanalmente da noi come conseguenza di un’organizzazione dilettantistica spesso figlia dell’indecisionismo politico. E’ in base a ciò, infatti, che sono costretti ad agire i tutori dell’ordine pubblico, molti dei quali sono seri, encomiabili e preparati professionisti. Mi ha poi colpito come in Inghilterra succeda esattamente quel che ho vissuto tante volte in un posto chiaramente agli antipodi come l’Argentina. Le file ordinate e silenziose di tifosi comunque focosi, chiassosi e coloriti una volta dentro lo stadio sono una costante anche lì, dove migliaia di persone scortate dalla polizia a cavallo sanno di non dover fare baraonda prima dell’incontro e quando questo finisce sono capaci di liberare in pochi minuti la zona attigua a qualsiasi impianto calcistico, prendendo la metropolitana o andandosene a piedi. Tornando all’Argentina, poi, trovo assolutamente logico che i tifosi ospiti, normalmente in numero inferiore di quelli di casa, vengano fatti defluire per primi e così allontanati anche da zone esterne allo stadio dove gli ultrà locali non hanno più modo di appostarsi per tendere agguati. Pensate voi cosa mi tocca scrivere, manco stessi parlando delle Termopili o delle strade di Belfast nel secolo scorso… Certo, nel Regno Unito ci sono ancora hooligan che si prendono a botte, ma almeno lo fanno tra loro durante la settimana, in qualche posto isolato, e i loro penosi conti se li regolano da soli, senza dar fastidio alle famiglie che riempiono gli stadi. E in Argentina, terra tutto meno che tranquilla, le contese sono prettamente legate alla politica e alla vendita dei biglietti quindi il sangue scorre fuori dai bar in occasione di imbascate mirate e anche quando capita in concomitanza di una partita almeno le opposte fazioni non colpiscono alla cieca. Rare eccezioni a parte, ci mancherebbe, quelle che qui in Italia si aspettano con trepidazione per poter dire che da noi le cose non vanno peggio che altrove. Che i delinquenti possano picchiarsi per i fatti loro sarà anche una magra consolazione, ma alla gente tranquilla che va a vedersi una partita potrebbe bastare.

Per finire una considerazione frivola ma illuminante quanto la denuncia delle manchevolezze più gravi a cui ho assistito, quali per esempio il permesso concessomi a entrare a San Siro al seguito degli steward del Celtic pur essendo sprovvisto di biglietto o lasciapassare solo per aver parlato in inglese… Tre anni fa ho fatto l’abbonamento e la metà delle volte che sono andato a vedere la partita gli steward non mi hanno timbrato la tesserina e conseguentemente non hanno controllato che il nome su di essa corrispondesse a quello del mio documento. Inutile dire che se non l’hanno fatto con me non devono averlo fatto anche con migliaia di altri tifosi fra cui statisticamente qualche testa calda doveva esserci, magari anche solo una di quelle che riuscivano sempre a far entrare in curva degli striscioni quando era stato vietato mentre a me era capitato di dover abbandonare il mio stupido accendino in una cesta accanto ai famosi tornelli. “Voglio collezionarla,” gli ho detto un giorno al limite dell’impotenza di fronte a tanta loro indolenza, “e desidero che sia timbrata correttamente…” Sapete cosa? Mi hanno riso in faccia facendomi segno di muovermi per non ostruire il passaggio.