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A qualcuno piace Carlo

mio articolo da MAGIC FOOTBALL dell’11 novembre 2011

Le voci su un possibile ingaggio di Ancelotti da parte del Paris Saint Germain potranno concretizzarsi come no. Resta però il fatto che questa ipotesi è tipica di un particolare tipo di progetto non dissimile da altri già realizzatisi negli ultimi anni.

Si potrebbe dire PSG come Manchester City. Ma anche Malaga. O Real Madrid. E, perché no, come Anzhi e Blackburn Rovers. Non importa se si tratta di Club dalla diversa tradizione e soprattutto con bacheche molto diverse. Il punto è che alla base di tutte le operazioni spalmate su poche stagioni di investimenti massicci da parte di questi Club ci sono evidenti, analoghe strategie. Risultato: squadre stellari già ora o in prospettiva, su cui pesano però scelte imprenditoriali sfacciate.

Champions League in cinque anni, ha annunciato di punto in bianco il presidente dei parigini che è niente meno che l’erede al trono dell’emirato del Qatar. Abbastanza per mettere alla porta l’attuale allenatore, quel Kombouaré straprimo in classifica, e fare una proposta probabilmente indecente ad Ancelotti. Ancor meno tempo dev’essersi dato Florentino Perez nel 2009 al momento di tornare alla presidenza del Real Madrid. Prima ha ingaggiato Manuel Pellegrini, tecnico considerato sufficientemente affermato per sedere sulla panchina dei nuovi ‘galacticos’ ma anche di passaggio prima ancora che assumesse l’incarico. Quindi, nonostante i record inanellati dal cileno, uno per tutti il maggior numero di punti mai fatti dalle ‘merengues’ in una sola stagione, si è accordato con Mourinho vale a dire il (supposto) meglio che si potesse avere in panchina – che però, ricordiamolo, non ha eguagliato i numeri del suo predecessore. Stesso copione al Manchester City, con un manager radicato nell’ambiente come Mark Hughes messo alla porta dalla sera alla mattina per prendere Roberto Mancini, bravo sì ma anche glamour come conviene quando si vuole dare un segnale di rottura deciso – ancorché evitabile visto che poi, si è visto, con lo stesso materiale che il gallese aveva avuto a disposizione avrebbe fatto leggermente meno bene di quanto fatto l’anno prima, appunto, da Hughes… sì, perché Sparky mica aveva sfigurato… e chissà cosa farebbe oggi potendo schierare certi campioni… Tornando a Pellegrini è curioso come, archiviata l’esperienza a Madrid, in questi mesi sia proprio lui il protagonita del rilancio del City di Spagna, definiamolo così, cioè il Malaga. Si tratta di un Club nobile come tutti, perché tutti valgono nello sport, ma che dopo che in più di un secolo non aveva mai vinto praticamente niente ha dato una sterzata improvvisa a suon di petroldollari e adesso coi suoi campioni stagionati e un paio di stelle nascenti, in attesa di trovare di meglio, sta ricalcando le orme dei Citizens quando prima che su Dzeko e compagnia avevano iniziato a poter contare su Adebayor e Tevez, a loro volta subentrati a giocatori di valore inferiore quali per esempio Vassell. Cresce il Malaga, e sembra anche un po’ il PSG…

E l’Anzhi? E il Blackburn? Accordi sul gas o meno che abbiano preso Moratti e Kerimov, Eto’o sta all’Anzhi come Kakà doveva stare al City due anni e mezzo fa, prima che questo ruolo lo assumesse Tevez nel 2009. Stessa cosa per Pastore al PSG la scorsa estate. Sto parlando di sponsor di un progetto che deve dare garanzie tecniche oltre che economiche a campioni che come il brasiliano vogliono fare le cose seriamente. O ad allenatori che non vogliono sentirsi dei burattini, non vogliono essere soltanto esibiti. Perché di mercenari coi piedi più o meno buoni e la testa ai soldi è pieno ma a fare la differenza continuano a essere elementi con la testa sulle spalle. E il Blackburn, in ritardo di qualche anno sulla tabella di marcia del City, seguirà a ruota sempre che questa stagione di assestamento, la prima completa dall’arrivo dei fratelli Rao del gruppo indiano Venky’s, non finisca con una retrocessione che rovinerebbe i piani.

Si tratta insomma di ascese verticali contraddistinte da un’ambizione che suona arrogante, condita da un ricambio tecnico e quindi umano che ha più l’aspetto della selezione. Non c’è spazio per il senso d’appartenenza perché in pochissime stagioni bisogna diventare i più forti costi quel che costi, in ogni senso: non si può fallire l’investimento, in realtà. E così tutto è prevedibile: non per altro i nomi che si avvicinano a queste squadre man mano che si rinforzano sono i più scontati: si sa che è solo questione di tempo e poi il tal campione chi vuoi che se lo prenda? Tutto ciò a testimonianza del fatto che a comandare è chi paga, cosa legittima ma che fa anche un po’ sorridere quando si parla di sport. E chi sono questi, per lo più? Mica gente di calcio, è ovvio, ma nuovi investitori extraeuropei che con la sola eccezione di Di Benedetto evitano l’Italia come la peste (meglio sarebbe dire come la Grecia) e in una nuova proprietà calcistica non vedono che l’ennesimo investimento, qualcosa che nel caso specifico non li solleticherebbe se del pacchetto non facessero parte anche solo i contratti con le televisioni. Preghino i tifosi di certe squadre che il vento non giri.

Si può obiettare che Club ugualmente in fase di ricostruzione ma ai cui successi se non ieri l’altroieri ci eravamo abituati, come il Liverpool e l’Arsenal, stanno anch’essi continuando a spendere. O che lo fanno anche Manchester United, Barcellona e Bayern, le tre corazzate europee col maggior blasone, fosse anche solo per comprare uno o due campioni all’anno; e che non sono fallite unicamente per la compiacenza degli organi di controllo. Ma in un ambiente in cui spendere è inevitabile è proprio la conduzione tradizionale che certe Società mantengono a fare la differenza.

Sarebbe ridicolo negare che senza soldi non si può più far niente o quasi. Però anche in questo bazar globale in cui si arriverà a comprare anche i nazionali (la gestione dei passaporti è già di per sé una barzelletta) è ancora possibile fare una distinzione. Per tornare agli allenatori, allora, non c’è niente di inaccettabile nell’idea di Ancelotti al PSG però fa specie (anzi no, ormai) che si possa improvvisamente arrivare a uno come lui dopo che, con tutto il rispetto, fino all’anno scorso nessuna delle parti in causa avrebbe nemmeno considerato l’affare – ammesso e non concesso che in privato non si fossero già detti come sarebbero cambiate le cose. Idem Lippi all’Anzhi, notizia che è girata e che, anche solo per questo, è indicativa. Insomma, la qualità di per sé non si discute, ed è certamente lecito allestire una grande squadra, ma siamo lontano anni luce da Spalletti allo Zenit. Siamo lontani anche da Ancelotti al Tottenham (altra ipotesi) e al Chelsea dov’è già stato: nemmeno in occasione del suo passaggio alla corte di Abramovic si aveva avuto l’impressione di un acquisto fatto estraendo un rotolo di banconote dalla tasca e il progetto tecnico aveva tenuto banco rispetto al clamore economico dell’accordo.

La sensazione che ho io è diffusa. Da una parte c’è chi nemmeno sta a chiedersi se le cose si possano (o debbano) fare diversamente soprattutto se ha dalla sua la fortuna di disporre di molti soldi, cioè appunto una fortuna. Dall’altra c’è chi crede in un modo diverso di fare le cose che ammetto di non saper come definire, riconoscendo però nel mio limite la natura stessa di questa idea, intrinseca e radicata in chi ha cultura sportiva al punto che non è necessario spiegarla se la si concepisce. Niente a che vedere con l’obiettivo che accomuna tutti, che è vincere, il cui gusto è tanto più dolce quanto meno il successo è scontato.