Siamo seri

mio articolo da CALCIOSTRUZZO del 16 maggio 2010

L’Inter ha appena vinto il suo ennesimo scudetto, dico ennesimo perché grazie alla Giustizia sportiva non si è ancora capito quanti sono e se le bandiere di quest’anno non dovranno magari essere sventolate un’altra volta per festeggiare lo scudetto che verrà.

Faccio una premessa superflua per chi mi legge regolarmente ma che reputo importante per fugare ogni dubbio. Io non tifo. Ho tifato, l’ho fatto per anni, ma troppe vicende mi hanno portato a tenere di più al gioco in sé che a degli sconosciuti che a volte non giocano nemmeno bene, raramente sono bandiere e nel caso dei dirigenti ne combinano di tutti i colori. I miei beniamini sono l’obiettività e la verità. Cose, queste, che fanno a pugni col tifo. Non che i tifosi (io compreso finché lo sono stato) siano dei cretini, ma fra loro e gli sportivi c’è la stessa differenza che esiste fra chi pratica l’idolatria e chi ama la propria vita.

E’ per questo che quando si tratta di riflettere su quel che succede ne ho per tutti. Preferirei non doverne avere per nessuno, ma il tifo, il servilismo e l’affarismo che attraversano il mondo del calcio organizzato, giocato, commentato e propostoci mi spingono, mentre sventolo la sciarpa della verità, a fare puntualizzazioni che dimostrino se non altro che ho mangiato la foglia. O meglio le numerose foglie che tanto si somigliano fra loro. E che non ho le fette di salame davanti agli occhi.

Mentre scrivo, in televisione tutt’a un tratto impera il buonismo, in un finale anglosassone come qualcuno l’ha definito al punto che lo stesso Mourinho è tornato a parlare. Niente di anglosassone, allora, perché l’atteggiamento del portoghese è invece italiano come di più non potrebbe. Dato però che in questo Paese di difetti ce ne sono ma non credo molti più che altrove, correggerò italiano con latino, riprendendo un’osservazione dello stesso Mourinho che mesi fa accomunò il suo Portogallo alla Spagna e all’Italia, terre in cui si ha lo stesso approccio furbo e utilitaristico alle cose.

Ecco, dato il buonismo e direi quasi la fratellanza che sta unendo Roma a Milano, passando magari anche per Torino, benché sulla fiducia, mi chiedo quanto di forzato ci sia. E soprattutto perché. Certo, è comodo archiviare tutto e concentrarsi sui festeggiamenti di Milano, l’attesa per Madrid, il Mondiale imminente, ed è bellissimo che i giornalisti che fino a ieri stuzzicavano protagonisti già tesi di per sé adesso decidano anche per noi che non è più tempo per discutere, sospettare, rinfacciare, in altre parole odiare. D’altra parte quanto può tirare una polemica sul chiarissimo fallo di mano da rigore di Thiago Motta a Siena, che l’arbitro non ha sanzionato, quando il campionato è finito? Attenzione, non lo dico per polemizzare sui tre punti dell’Inter quanto per far notare come oggi nessuno, a caldo, sia andato da Ranieri a riportargli l’episodio, servendogli la polemica su un piatto d’argento. Scommettiamo che fosse successo anche solo due settimane fa non sarebbe andata così? Eppure è un fatto, è successo, e punti decisivi erano in gioco oggi come lo erano allora.

Fatto sta che due settimane fa si è disputata Lazio-Inter, quella Lazio-Inter con altri punti decisivi in palio, finiti anche in quell’occasione in tasca all’Inter che, a ogni buon conto, altro non avrebbe potuto fare. Avessi giocato io con dieci miei amici contro quella Lazio, li avrei accettati anch’io e soprattutto sarei stato in grado di conquistarli sul campo battendo una squadra di Serie A… Ma dalle cronache di oggi sembra che nemmeno quell’episodio, comunque decisivo quanto i punti persi per strada dalla Roma benché per motivi diversi, non solo sia andato nel dimenticatoio ma proprio non abbia inciso su questo campionato. Dopo che se ne sono ragionevolmente dette e scritte di tutti i colori. Questo la dice lunga sul giornalismo imperante in questo Paese, che si riempie ancora la bocca con la definizione di sudamericano quando si tratta di descrivere gli scempi altrui ma che rispetto a tante cose del Sud America ha solo la presunzione di essere meglio, nel senso di più obiettivo e pulito.

Ora, a proposito di pulizia, è fondamentale fare alcune precisazioni.

La Calciopoli del 2006 ha spinto un po’ tutti all’esagerazione, con una forzatissima e partigiana interpretazione della realtà proprio come conseguenza di sentenze che dovevano invece esprimere equità. E dai cori dei giocatori (in questo caso non i tifosi) dell’Inter che urlavano ‘Senza rubare, vinciamo senza rubare’ si è passati nel giro di un anno allo striscione di Ambrosini che senza giri di parole suggeriva ai cugini di mettersi il loro scudetto in quel posto, questo perché il Milan aveva appena vinto una Champions cui non avrebbe dovuto partecipare per via delle telefonate di Meani che tanto somigliavano ad altre fatteci ascolare quattro anni fa come anche in questi mesi. Episodi così bassi sono stati possibili sono in ragione delle vittorie di queste due squadre. Con la reazione tipica di chi, una volta vinto, se ne frega delle polemiche e ride in faccia a quelli cui è andata male.

Risero i romanisti l’anno in cui in occasione di Juve-Roma poterono improvvisamente schierare Nakata (poi decisivo in quella sfida e di conseguenza per la conquista dello scudetto). Risero perché avevano finalmente avuto giustizia dopo il famoso episodio del gol di Turone, da cui aveva tratto beneficio appunto la Juve. La stessa Juve contro la quale all’Empoli anni fa avevano negato un gol importantissimo con la palla oltre la linea di quasi mezzo metro, per dirne una. Quella Juve su cui però si abbattè un fortunale il famoso pomeriggio di Perugia, con l’impeccabile Collina che obbedendo agli ordini che gli arrivavano per telefono dall’alto reinterpretò il concetto di contemporaneità delle partite e fece durare l’intervallo un’ora o giù di lì, con goduria infinita dei laziali che vinsero il titolo. Senza dire poi del singolare antidoping collettivo cui veniva sottoposto Maradona negli anni del dominio del Napoli. Venendo a questa stagione, stanno ancora godendo (e forse non l’hanno ancora fatto fino in fondo) i milioni di interisti che hanno superato Chelsea e Barcellona anche in ragione di falli da rigore non fischiati e di un gol in fuorigioco di mezzo metro. Cosa che avrà certamente fatto imbufalire i catalani ancor più del gol in fuorigioco altrattanto netto di Mijatovic alla Juve nella finale di Champions di Amsterdam, che i madridisti si portarono a casa.

Tutto questo perché se è vero che alla fine, complice lo sfinimento, gli stessi protagonisti possono anche essersi rotti di star dietro a tutte queste cose, cui non c’è più rimedio, è vero comunque che queste cose son successe anche nel campionato di quest’anno, arridendo alla fine a chi ha vinto, come al solito. Non diversamente dal passato, come ho ricordato menzionando giusto alcuni episodi fra le centinaia cui abbiamo assistito, migliaia aggiungendo quelli che hanno visto i nostri nonni. Con buona pace di coloro cui questo non va giù e continueranno a recriminare se tifosi o a commentare se gli piaccionole cose fatte per bene. E certamente per la gioia di chi ha vinto, cui ora tutto scivola.

Tutto questo, però, anche per dire che nessuno fra chi l’avversa può pretendere che l’Inter sia meglio degli altri. Ma che l’Inter non può nemmeno far finta di esserlo. Sarebbe un gran passo avanti, ma temo che il tifo sia ancora troppo diffuso e non solo sugli spalti e nei bar.

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